Circle of Witches – Web interview

Data: 26 gennaio 2017 |

Il metal dei Circle of Witches, tra esoterismo e controcultura

Oscuri riff di chitarra dal sapore molto bluesy, atmosfere cupe, capelli al vento e ragazzi che si lanciano nel rito collettivo del pogo: tutto questo si trova nei concerti dei Circle of Witches, prolifica band metal salernitana (all’attivo vantano due album, un disco live, un EP oltre a centinaia di concerti, anche all’estero. Il terzo lavoro discografico, Natural Sinners, uscirà in primavera) formatasi nel 2004 dall’incontro tra Mario “Hell” Bove, voce e chitarra, e il bassista Joe “Evil” Caputo. Il gruppo è completato da Anthes “Darkblood” Aliberti (chitarra e cori) e Joey “Helmet” Coppola (batteria).

Siamo andati a intervistarli per approfondire la loro storia e la loro idea di musica.

- In quale contesto storico/sociale/musicale si sono formati i Circle of Witches?

Era il 2004, un periodo che segnava un momento di passaggio fra le vecchie band salernitane (Lost Innocence, 3rd, From Depths) e nuove formazioni (Valium, Bidons, Nude). Il nu metal ed il metalcore funestavano gli ascolti dei metallari, incalzati dall’altro lato dalle avanguardie indie, anch’esse pronte a dilagare di lì a poco. Qualche anno prima, avevo conosciuto Joe ad un mio concerto con una band estrema. Dopo diversi progetti senza molti risultati, gli proposi di suonare qualcosa che prendesse a larghe mani dal rock ’70, Black Sabbath in primis, con riff oscuri ma dal sapore molto bluesy. Iniziammo a provare a marzo 2004 e i primi quattro pezzi si scrissero praticamente da soli in sala prove, indice della giusta sintonia che avevamo trovato. Affamati di palco, a maggio vedemmo la nostra primissima esibizione al campus dell’Università di Salerno durante un Live at Fisciano Village.

Perché questo nome?

L’espressione “Cerchio delle streghe” riunisce in sé diversi concetti. Innanzitutto, suggerisce la vicinanza ai temi pagani e naturalistici, le nostre più profonde e vere radici culturali. Non è un caso se gli argomenti che trattiamo nei nostri brani siano intrisi di leggende locali, esoterismo, occulto e magia. La figura della strega, in particolare, è l’emblema di quella sapienza antica, bollata in seguito come blasfema ma solo perché “libera” e non appartenente agli schemi ufficiali. La strega è eversione e controcultura, quello che ha rappresentato il rock stesso, almeno nella stagione del suo esordio. Il cerchio delle streghe, infine, indica il modo con cui crescono alcuni gruppi di funghi, in cerchio appunto. L’erba che cresce all’interno di questa area diventa nera; anticamente si pensava fosse il luogo dove le streghe avessero tenuto il sabba, la loro adunanza magica. Il fungo è l’emblema del rock lisergico al quale ci ispiravamo all’inizio del nostro viaggio.

In quale sottogenere del metal vi collocate? Quali i vostri riferimenti musicali?

In tredici anni di attività abbiamo ovviamente cambiato il nostro stile. Siamo partiti come gruppo stoner rock ispirato al sound desertico di Kyuss, Fu Manchu e Melvins, passando poi per una formula più diretta e vicina al metal dei Motorhead, fino ad approdare oggi ad un heavy metal stile Judas Priest, Accept, Grand Magus o Candlemass. In questo percorso però non abbiamo perso le nostre fondamenta stoner, né la passione per le atmosfere care ai Black Sabbath. I discorsi legati al genere musicale però li avverto sempre come questione più inerente al marketing che al versante compositivo. Il nostro “problema” è stato spesso proprio quello di non avere un genere predominante, ma di fluttuare fra diversi approcci a seconda di dove la canzone ci stesse portando. Da questo punto di vista siamo molto istintivi.

Come definite il vostro suono? Cosa lo rende unico?

Quello che ci riconoscono come caratteristica principale è il ruolo di primo piano del basso. Joe, scuola De Maio e Kilmister, suona il suo strumento come se fosse una chitarra, si lancia in assoli, utilizza un’equalizzazione “mediosa” frutto della stagione in cui non c’era la seconda chitarra. Dopo l’ingresso di Anthes alla sei corde, il sound si è più “normalizzato”, sebbene la spina dorsale siano sempre le basse frequenze e il groove di batteria sostenuto da Joey.

- Quali argomenti trattate nei vostri testi? Quali le tematiche generalmente espresse attraverso il metal?

Così come lo stile musicale e l’immagine della band, anche i testi sono variati negli anni, arrivando a focalizzarsi di più sulle tematiche magiche. Generalmente è Mario che si occupa del songwriting, scrivendo di realtà sovrannaturali, leggende antiche interpretate da un punto di vista differente, vecchi racconti locali o grandi temi a sfondo religioso. Nell’ultimo album, intitolato Natural Born Sinners e prossimo all’uscita, Mario si è concentrato su figure di ribelli come Lucifero, Giordano Bruno o Spartacus. Il metal è espressione lirica e sonora di sentimenti estremi, sia positivi che negativi: rabbia, odio, depressione, coraggio, sfrontatezza, voglia di rivalsa, morte, vendetta. Tutto in una veste catartica, se vogliamo. Ovviamente, ci sono anche band che tendono a voler solo shockare il lettore/ascoltatore. A me piace fondamentalmente raccontare ed è il motivo per cui non uso il cosiddetto flusso di coscienza.

- Perché l’head-banging?

Sbattere la testa” a ritmo della musica credo sia il modo più naturale di entrare in risonanza con quello che suoni, è tutto il corpo che segue il flusso dell’energia che scateni con gli amplificatori e la batteria. Non ne puoi fare a meno se senti la musica arrivarti fin dentro le viscere. E poi è come una danza ancestrale che condividi con tutti quelli che ti possono ascoltare.

- Salerno vantava un’ottima scena metal in passato? Qual è la situazione attuale?

Come detto all’inizio, ci siamo formati in un momento in cui molte band metal a Salerno concludevano la loro attività. Un ricambio non c’è stato, i continuatori di band storiche ’80 e ’90 come i Mayhem, gli Electrocution, gli Hidden Hate, i Lost Innocence non ci sono. Ma, cosa peggiore, non vedo nascere molte formazioni con una progettualità discografica. Forse fanno eccezione i Pàrodos o i Red Riot fra quelli che mi vengono in mente. La band più longeva restano gli Heimdall, i nostri amici che continuano a sfornare buoni dischi da una ventina d’anni. Il problema però non è Salerno, è proprio l’Italia! Da noi il pubblico non è ancora culturalmente abituato a scoprire e supportare band di inediti. Non ci sono quella curiosità e voglia di ascoltare gruppi dal vivo che abbiamo visto all’estero. La nostra città a volte fa eccezione, a volte rientra nell’andazzo generale.

- Perché è così difficile suonare a Salerno? Voi vi esibite molto all’estero ma raramente nella nostra città.

In realtà non è difficile esibirsi a Salerno. Dopo tanti anni, i nostri amici che organizzano concerti sanno bene dove e come fare. Certo i luoghi non sono numerosi; ma su tutto c’è la questione dei numeri. La platea potenziale su cui possa contare un evento non né è compatta né molto numerosa. Dal circondario di Salerno i metallari si muovono, ma non basta. Da Napoli non viene quasi nessuno, salvo rare eccezioni; anche lì i concerti vivono grossi problemi. Credo che con un pubblico più folto e attivo le occasioni per suonare sarebbero anche più numerose. Ne parliamo da anni con gli altri gruppi, gli organizzatori, i gestori, i fan: è come un cane che si morde la coda. Il fatto che ci esibiamo più fuori Salerno che nella nostra città è dovuto semplicemente al fatto che ci interessa fortemente farci conoscere anche altrove.

- Avete ricevuto gli applausi e le “corna” del pubblico russo (mi riferisco al video live di “Going to Church”). Cosa vi ha lasciato quell’esperienza?

La Russia… La Russia è sicuramente stato il punto più alto della nostra carriera. È stata un’esperienza controversa perché ci ha fatto capire che siamo pronti e a nostro agio su palchi grossi, e che un pubblico di migliaia di persone non ci intimorisce affatto ma, anzi, ci esalta e ci dà un’energia inesauribile! Quando però le luci si sono spente e la giostra si è fermata, è arrivato il momento della depressione. Nel giro di un giorno siamo passati da essere trattati da rockstar a Mosca, con catering, taxi personale, roadie, fan festanti, foto e autografi annessi, all’Italia dove siamo dei signor nessuno, l’entusiasmo è minore, le cene a volte ce le dobbiamo pagare noi e il fatto di essere musicista significa essere percepito come qualcuno che non lavora, un perdigiorno da non rispettare.

- Qual è stato il concerto più intenso ed emozionante?

Potrei citartene diversi perché, oltre la retorica, ogni concerto rappresenta una storia a sé. Ce n’è stato uno in Austria, a Vienna, dove non ci volevano far scendere dal palco, ci hanno letteralmente imposto di suonare mezz’ora in più, andando a scavare nel nostro vecchissimo repertorio con pezzi che non provavamo da secoli. Sempre in Austria, un’altra volta siamo stati gli eroi del giorno in un paesino: dopo il concerto c’è stata una grande festa che ci ha visti protagonisti, condita da innumerevoli brindisi e dialoghi improbabili fra chi parlava solo tedesco e chi solo dialetto campano… Ma il giorno dopo ci salutavano tutti per le strade. Certo, c’è stata la prima volta in assoluto in cui ci siamo esibiti all’estero, a Londra, la gente capiva quello che cantavo, annuiva, ascoltava e, su un paio di canzoni dai testi scabrosi, rideva. E’ stato molto appagante. Poi il primo show in Russia, perché suonare davanti a quasi 6.000 persone che alzano le corna al cielo quando lo fai anche tu… Beh, ti assicuro che è un sogno che si realizza. Anche casa nostra ci ha regalato un’emozione incredibile quando abbiamo suonato al Mumble Rumble lo scorso ottobre insieme ai Pàrodos e gli Shipwrecked. Quasi duecento ingressi, la sala completamente gremita e attenta, il pogo sotto al palco, i ragazzi che cantavano i nostri pezzi. Non ricordavo una serata così ben riuscita a Salerno da anni.

- Che rapporto avete con il pubblico ad un concerto? Quale il paese che vi supporta maggiormente?

Il pubblico è il centro del nostro show. Mentre Mario canta e suona guarda con molta attenzione quello che succede in platea, cercando di coinvolgere il più possibile la folla, come abbiamo imparato dai grandi e così come vorremmo, da spettatori, che fosse un concerto. Siamo narcisisti, e l’applauso del pubblico è un massaggio che aiuta a sopportare le tante amarezze, i dolori e lo squallore che proviamo ogni giorno. Chi suona ha a disposizione questa medicina che, però, dà una forte dipendenza. Non è raro infatti arrivare a soffrire di una vera astinenza da palco durante la quale inizi a perdere il senso di quello che fai, le prove, le serate in cui ti chiudi in casa a studiare lo strumento, le ore spese su internet per allacciare contatti. Troppo tempo lontani dal palco ci rende ancor più di cattivo umore…
Dopo la nostra prima esperienza moscovita in tour con Doro Pesch, è nato un piccolo fan club di Circle of Witches con cui siamo costantemente in contatto. Saranno una trentina di persone ma, già al nostro secondo giro al di là degli Urali con gli U.D.O. quasi tutti sono tornati ai concerti e con molti di loro abbiamo anche fatto le ore piccole bevendo litri di vodka in albergo.

Featured Image
Post Tags

Lascia un commento

0 Comments on Circle of Witches – Web interview

Lascia un Reply

Ti va di lasciare un commento?

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>