Caparezza @ Palapartenope 28/11/2017

Data: 29 novembre 2017 |

Caparezza @ Palapartenope Time

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Caparezza @ Palapartenope

Caparezza riemerge dagli abissi della sua inquietudine.

Chi l’avrebbe detto che mi sarei commossa ad un concerto di Caparezza. Questa faccenda è accaduta per un motivo particolare e non per il fatto che ho anche io l’acufene. Ieri sul palco del Palapartenope abbiamo visto tutti la messa a nudo di un uomo che risponde al nome di Michele Salvemini. Un uomo che per molto tempo si è nascosto dietro a maschere e racconti. Non si gioca più ad acchiapparello tra Caparezza e Mikimix. Michele è stanco di questo dualismo, lo ha detto dal palco con un tono molto serio. “Io sono un uomo che vive nella inquietudine e senza l’inquietudine non so stare”, ha affermato prima di spiegarci, in maniera metaforica, quanto il suo destino possa essere associato alla vita di Vincent Van Gogh e al suo essere costantemente inseguito da uno stormo di corvi.

La voglia di ironizzare, di trasformarsi con gli abiti più fantasiosi, di dissacrare la società e la politica sono oggi solo una componente della figura artistica di Caparezza. Intendiamo la sua volontà di aprirsi a dimensioni eterogenee di espressione già dalla composizione del palco: una gabbia costruita su più livelli: in alto ci sono il batterista e le due coriste; nei piani bassi Michele, Diego e i chitarristi che passeggiano su una enorme chiave la cui serratura è il pubblico. Dimenticatevi il vecchio Caparezza, voi che lo seguite con passione da quasi venti anni: L’introspezione e la voglia di raccontarsi sono ora il fulcro della sua musica. Un gruppo di corvi ballerini lo circonda durante il live, simbolo dei demoni che Michele prova a mandar via per tutta la durata dello spettacolo. Ombre minacciose che a fine serata egli stesso accetta di incamerare nella sua personalità. Una fiumana di giovani e soprattutto giovanissimi si è accalcata sotto il palco del Palapartenope. Fuori piove a dirotto, dentro si sta bene, al caldo di un camino umano. Nelle oltre due ore di musica siamo rimasti compatti, come una falange oplitica di soldati che saltano, ballano e cantano a perdifiato. Devoti a colui che si mostrava quasi come un fratello maggiore e che, tra una canzone e l’altra raccomandava, soprattutto agli adolescenti, di seguire la propria natura e di non farsi ingannare dai dettami della società.

La serata ha inizio con Prosopagnosia. Caparezza è rinchiuso in una bolla trasparente ma si libera in fretta e, avvolto nel camice bianco del prigioniero, ci canta Prisoner 709. Una lavatrice con le ali viene posta al centro del palco. “Lei può lavare tutti i vostri peccati” dice Michele dall’oblò. Confusianesimo è un inno alla non religione e al desiderio di perdersi definitivamente nei labirinti del credo. Con Una Chiave l’artista vola in alto sorretto da due grandi ali dorate. Disegni e foto di lui da bambino colorano il palco. Diego Perrone è sempre al suo fianco, avvolto anch’egli in un camice da carcerato. Caparezza si siede e inizia a parlare con il suo amico più recente, l’acufene.

“Lo so che grazie a te Beethoven ha scritto La Nona Sinfonia ma è anche vero che per colpa tua non l’ha mai ascoltata. Vuoi lasciarmi in pace almeno stasera?”

Larsen è una esibizione malinconica, introspettiva. L’energia del rock spazza via le angosce e si impadronisce velocemente del palco con L’uomo che premette, mentre Autoipnotica fa riapparire l’atmosfera di introspezione. Caparezza si stende su un lettino e dà libero sfogo ai voli pindarici della sua psiche. Prosopagno Sia ci regala un senso di libertà tra luci blu e un coro femminile che trasmette voglia di ballare.

Una rivisitazione di Fuori Dal Tunnel apre l’ingresso alla nuova dimensione di Caparezza. Una dimensione in cui si viaggia indietro nel tempo ma con maggiore consapevolezza delle proprie intenzioni. Quel “Sono fuori dal tunnel” cantato in questo live lascia intendere che ora si è fuori non dalla massa, ma fuori da una prigione personale.

“Io sono questo, timido e inquieto e perciò vi canto: Jodellavitanonhocapitouncazzo […] So bene che non serve a nulla fuggire in un altro luogo se non hai risolto i problemi che hai dentro”

Goodbye Malinconia è decantata all’interno di una ruota da criceto che gira senza condurre da nessuna parte. China Town è un viaggio percorso dentro ad un libro gigantesco e personalissimo le cui pagine dipingono mondi onirici. La Glorificazione dello Spaventapasseri, eroe denigrato dei nostri tempi, è il rituale posto al centro della cacciata inutile dei corvi. Vieni a ballare in Puglia e Non me lo posso permettere riesumano il puntiglio dissacrante di Caparezza. Dall’alto della poppa di un immaginario Titanic, Michele osserva insieme a Diego la terza classe dei poveri, quella che attira maggiormente la sua voglia di analisi sociale.

Lo spazio dedicato al racconto di una visita al Van Gogh Museum è un momento di alta confessione.

“Lì mi persi a guardare quel quadro in cui la distesa di campi di grano è minacciata da uno stormo di corvi neri. Prima di morire Vincent disse che la sua tristezza non avrebbe avuto mai fine”

Mica Van Gogh chiude apparentemente il live perché il pubblico chiama a gran voce l’artista pugliese per farlo tornare sul palco. Un’esplosione di luci avvolge le performance di Io vengo dalla luna e Abiura di me, manifesti della professione di Caparezza.

Tornando a casa ci rendiamo conto che ora sembra tutto diverso a noi che seguiamo le avventure del Signor Rezza Capa da sempre. Eppure siamo convinti che Michele abbia iniziato un nuovo viaggio, forse il suo primo vero viaggio. Un percorso che lo condurrà lontano, oltre il futuro della sua musica ma che lo porterà anche indietro per osservare con un punto critico meno conflittuale la sua arte.

Foto fonte: Facebook

Editor Review

  • Performance

    0 Punti / 100 Punti

    85 Punti
  • Pubblico

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    75 Punti
  • Organizzazione

    0 Punti / 100 Punti

    70 Punti
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