Bud Spencer Blues Explosion – Interview

Data: 19 aprile 2018 |

Bud Spencer Blues Explosion – Interview

Vivi Muori Blues Ripeti, il mantra del bluesman.

Vivi Muori Blues Ripeti pubblicato il 23 marzo è il nuovo album del duo romano dei Bud Spencer Blues Explosion, un disco di inediti, urgente e vitale, dal sound potente, registrato completamente in analogico. Per i testi hanno coinvolto alcune delle penne più interessanti del panorama indie rock italiano: Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e Umberto Maria Giardini. Abbiamo intervistato Cesare Petulicchio che ci ha raccontato i dettagli di questo progetto.

- I Bud Spencer Blues Explosion sono nati nel 2007, correggimi se sbaglio ma credo che fino a quel momento l’unico duo italiano batteria e chitarra che si ricordi sia quello dei Lombroso. Girando tra festival e concerti ho ascoltato negli ultimi anni alcuni duo che hanno la vostra stessa organizzazione musicale. Dal mio punto di vista fa sempre piacere ascoltare qualcuno che picchia forte e fa un po’ di casino, dal vostro punto di vista invece che si prova nel sapere che avete influenzato dei giovani musicisti?

Se è realmente così è una super soddisfazione perchè quando influenzi qualcuno vuol dire che hai un sound tuo, originale e questo è il punto di arrivo di ogni musicista, avere un sound personale e quindi siamo molto onorati di questa cosa poi magari loro sono stati influenzati da altri come Black Keys o i White Stripes, il duo è una forma musicale che si è molto evoluta in questi anni, è un modo diverso di suonare, scrivere in due è diverso anche per aspetti tecnici.

- Vivi Muori Blues Ripeti è il vostro nuovo disco pubblicato il 23 marzo per La Tempesta. Come dobbiamo intendere questo titolo? È un augurio per il futuro, una dichiarazione di intenti, una frase che racchiude in poche parole quella che potrebbe essere la vostra routine o altro?

Il titolo deriva da un modo di dire americano, quello originale è eat sleep blues repeat, una sorta di mantra quotidiano del bluesman. Noi lo abbiamo allargato agli estremi dell’essere, vivi muori blues ripeti, è calzante anche perchè i testi si concentrano sui vari aspetti della vita, soprattutto i rapporti, amicizia, musica e quindi ci è piaciuto italianizzare questo modo di dire americano, a noi ci è sempre piaciuto giocare con le parole, dal nostro nome a Do it per esempio che è l’acronimo di dio odia i tristi, abbiamo fatto ancora una volta un gioco di parole.

- L’album è stato registrato totalmente in analogico, suona quasi come se fosse un live e sprigiona tutta l’energia del vostro duo. È stata la prima che avete registrato in questo modo e come mai avete fatto questa scelta in controtendenza rispetto alla scena contemporanea?

Lo abbiamo fatto per un duplice motivo; innanzitutto per il sound, perchè avevamo scritto questi pezzi dal sapore anni ‘70  e il modo migliore per ottenerli nel loro vero valore era appunto questo di avere un suono da nastro e l’abbiamo fatto anche per un questione di prestazione, nel senso che arrivati a dieci anni che suoniamo insieme avevamo il bisogno di fare qualcosa che ci rappresentasse appieno e con l’analogico tu registri ascolti il pezzo e se non ti piace vai indietro col nastro cancelli e lo rifai, non puoi tenerti le parti, non puoi migliorarle, non puoi intonarle, non puoi metterle a tempo quindi alla fine quello che ascolti è realmente quello che sei, è una fotografia di te e noi avevamo proprio bisogno di questa cosa qui e quindi abbiamo scelto Marco Fasolo come produttore del disco perchè ha proprio questo modo di lavorare, che come hai detto te non è facile da trovare, e quindi abbiamo fatto questo tipo di lavoro che è stato quasi come una seduta psichiatrica che ci ha permesso di sentirci e di apprezzarci così come siamo.

- Quindi possiamo dire che è un album onesto, senza nessun artifizi di nessun tipo.

Sì onesta, senza miglioramenti e senza computer, quando hai il computer poi ti lasci prendere, quando una parte non ti piace la migliori invece qui si cancella e si risuona anche se è ovvio che non verranno mai tutte le parti perfetti ed è bello che sia così. Adesso si possono trovare su internet le singole tracce che hanno fatto la storia del rock e ascoltando i singoli strumenti si sente che non sono precisi e perfetti però c’è un equilibrio con gli altri strumenti che ha fatto la storia. I dischi anni ‘60, ‘70 e anche ‘80 quelli che hanno fatto realmente la storia della musica, i dischi che ci hanno formato, sono stati fatti in questo modo e sono pieni di errori. Secondo me dobbiamo porci un interrogativo e chiederci quanto sia degenerato il modo di fare dischi.

– Immagino che un altro punto di forza di questo modo di registrare sia il live, nel senso che tu suoni in studio una cosa che riesci a portare dal vivo, invece spesso capita che in studio si suona una cosa che è quasi impossibile da portare live.

Sì è vero, magari si esce dallo studio con un disco perfetto poi in realtà non si sa suonare così ed hai difficoltà poi a suonare live.

- Com’è stata la genesi di questo album? Per alcuni testi sono stati coinvolti Davide Toffolo e Umberto Maria Giardini. Volevo sapere com’è stato incastrare questi testi con la vostra musica, era già pronta la musica e poi sono stati i testi, viceversa oppure avete fatto un vero e proprio lavoro di squadra come se foste un’unica band?

Io e Adriano abbiamo lavorato alla pre-produzione mettendo dei finti testi creando una linea melodica per quel che riguardava la voce poi abbiamo fatto ascoltare a Davide ed a Umberto che subito si sono cimentati nella scrittura e ci hanno mandato i testi, ci hanno onorato perchè noi siamo loro fan e quindi collaborare così strettamente è stata una figata.

- Credo che questo album e in generale tutta la discografia dei Bud Spencer non abbia niente da invidiare a molti prodotti di questo genere che vengono dall’estero e che riscuotono grande successo. Secondo me non apprezziamo molto l’arte che produciamo, nel senso, ho l’impressione che ci sia una sorta di luogo comune che ci porta a credere che il rock per meritare attenzione debba essere per forza cantato in inglese. Un discorso analogo secondo me si può fare anche per quanto riguarda il cinema. Sbaglio ad avere questa impressione o hai anche tu questa sensazione?

Ma sì, c’è sicuramente una forma di esterofilicità. C’è questa globalizzazione mediatica che con internet ti permette di stare in un paesino, che so, della Puglia e di sentirti al centro del mondo se sei bravo con i social e tutto il resto. Questa cosa è logico che ti apre tutti i confini, non solo con l’Italia ma con tutto il resto del mondo. La musica secondo me è un modo di dialogare e noi parliamo in italiano, per cantare in inglese, per scrivere i testi bisogna avere un’ottima conoscenza della lingua se no fai una figura di merda, soprattutto se poi vuoi rivolgerti al resto del mondo. A noi ci è sempre venuto naturale scrivere e cantare in italiano. Se uno decide di scrivere in inglese logicamente tu devi riuscire a scriverli all’altezza di tutto il resto del mondo, allo stesso tempo però noi abbiamo anche provato ad uscire dall’Italia ed uscire cantando in italiano è sempre molto difficile però quando abbiamo suonato all’estero il pubblico era molto preso così come in Italia quindi il problema non è il pubblico ma sono gli addetti al settore, distribuzione, uffici stampa, etichette, è quasi impossibile riuscire a distribuire un disco italiano se non fai una musica prettamente italiana tipo Laura Pausini o Andrea Bocelli e non ho mai capito il perchè di questa cosa perchè poi la gente è sempre contenta di sentire il rock non credo che la lingua italiana sminuisca la potenza del genere.

- No, secondo me non è una questione di sminuire ma ho l’impressione che sia proprio un preconcetto.

Forse è solo una questione di musicalità, quando scrivi magari viene di istintivo scrivere un testo in finto inglese che in finto italiano perchè è sicuramente una lingua più musicale e poi perchè è quello che ascolta la maggior parte delle persone e quindi l’orecchio è più abituato a sentire questo cantato, è una questione di abitudine credo. E’ difficile dare una risposta, è una domanda che mi sono sempre fatto anche io.

– Quando mi trovo ad intervistare artisti emergenti spesso tocco il tasto di come la musica viene distribuita in Italia e molti mi dicono che il web ora è praticamente il primo canale di distribuzione per la musica che viene dal basso, però in rete la musica è a disposizione di tutti ma non arriva a tutti perché per trovare una cosa bisogna ovviamente cercarla. Anche a voi che ormai non siete più emergenti manca qualcosa da questo punto di vista o siete a posto così? Cambiereste qualcosa nel modo di distribuire la musica?

Noi fortunatamente abbiamo un appoggio tramite etichette di distribuzione sia fisica che web abbastanza capillare quindi non abbiamo per fortuna questi problemi però mi rendo conto che ci siano delle difficoltà anche se non so come sia adesso la situazione anche perchè queste cose cambiano velocemente e bisogna essere sempre aggiornati ma secondo me rispetto ai tempi in cui ho iniziato, quando per andare a suonare bisognava spedire le cassette, i gruppi di adesso sono molto più avvantaggiati. Quando abbiamo iniziato c’era myspace e per andare andare a suonare quelli dei locali andavano sulla nostra pagina e sentivano i brani e già questa all’epoca era una rivoluzione pazzesca ed era appena dieci anni fa, immagina come si cambierà tra dieci anni, magari facebook non ci sarà più, chissà con cosa verrà sostituito spotify. Tutti questi mezzi hanno dei pro e dei contro dipende da come vengono utilizzati, sicuramente il fatto di far girare musica è una cosa positiva. Succede che viene bombata la musica attorno alla quale girano più soldi e questa talvolta non è una cosa meritocratica.

- Siete una band che ha sempre fatto tantissimi concerti e immagino che dopo questo primo giro di live vi aspetterà un’estate ricca di date. In scaletta solitamente c’è un momento cover, in passato ricordo vostre interpretazioni di Voodoo Child o Killing in The Name ad esempio. Avete lavorato a qualche cover per questo tour?

Allora in questo tour di aprile che è appena iniziato stiamo presentando soprattutto questo ultimo disco e lo stiamo facendo in quattro con l’appoggio di altri due musicisti, lo spettacolo è più o meno diviso a metà una parte in cui siamo in formazione allargata e una parte in duo ed è molto fico secondo me perchè è una nuova faccia dei Bud, non ci ha snaturato e sta piacendo. Abbiamo aggiunto basso, tastiere e percussioni che sono di colore all’interno degli arrangiamenti, non sono principali, rimaniamo un gruppo chitarra e batteria. Questa è una prova che stiamo facendo, potrebbe essere o non essere confermata in estate anche perchè nei festival, sui palchi all’aperto si pensa sempre a una scaletta diversa.

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