Birthh – Interview

Data: 8 luglio 2017 |

Birthh – Interview

Birthh: quando la musica è poesia.

Alice Bisi, meglio conosciuta come Birthh, si è fatta conoscere quest’estate grazie alla pubblicazione del suo primo album Born In The Woods per l’etichetta WWNBB. Un esordio maturo tra atmosfere downtempo ed intime, colorate dall’elettronica di matrice nordeuropea insieme ad una voce calda e raffinata che le hanno aperto la strada per un tour lunghissimo con prima tappa al prestigioso SXSW Festival in Texas. In attesa di poter ascoltare nuovo materiale, durante il Nadir Festival, abbiamo avuto modo di intervistare Alice nel corso di una splendida chiacchierata dopo il suo live.

- A più di un anno da Born InThe Woods, tuo album d’esordio, vorrei sapere riascoltandolo e avendolo metabolizzato, cosa ti piace del disco e cosa adesso con la lucidità dei mesi passati avresti cambiato o suonato in maniera diversa?

Mi piace la sincerità che c’è nel disco. È stata una cosa che in quel momento ho centrato, l’idea proprio di essere sincera nei testi con me stessa e con chi ascolta. Probabilmente cambierei alcune cose di produzione perché adesso ho acquisito più maturità di come si registra e si compone una canzone. Non c’è più l’ingenuità, che a volte può aiutare, però deve essere direzionata, cambierei appunto delle cose di produzione, ma anche dal punto di vista proprio sonoro, mi rendo conto di aver fatto delle scelte molto evocative per paura di fare una cosa che la gente poi non capisse. Invece adesso vorrei fare una cosa che la gente non capisse subito, e che capisca col tempo.

- A proposito di scelte, canti in inglese, la tua etichetta non è italiana, hai un sound internazionale, come mai questa scelta lontana dall’Italia? In tono provocatorio snobbi un po’ il nostro Paese.

In realtà non ho mai pensato di scrivere in italiano, fino a settembre/ottobre quando ho fatto dei camp per una major per scrivere canzoni per i vari interpreti della scena pop italiana. È stata una scelta-non scelta, da una parte è una cosa che non vorrei cambiare perché ti dà la possibilità di raggiungere più persone possibili. Non dico ho sempre voluto fare, ma che mi piacerebbe riuscire a fare.

- È una cosa che avviene naturalmente che si collega con la spontaneità del tuo primo disco.

Non sono io che snobbo l’Italia, ma è l’Italia che snobba me e tutti quelli che scrivono in inglese, siamo un popolo strano per l’ascolto un pò pigro secondo me.

- Sì, l’italiano medio non è pronto alla ricerca.

Non so bene perché sia così, credo sia un po’ come un gatto che si morde la coda. Ti dirò ci pensavo qualche tempo fa, secondo me parte di questa cosa sta anche nel fatto che non si insegna più musica dopo le scuole medie, addirittura si insegna ginnastica e non si insegna musica? Ma stiamo scherzando!?

- Ho letto che preferisci ai social leggere la letteratura italiana, da Leopardi ad Ungaretti  passando per Montale. Prova a descrivere il tuo disco con un verso di un poeta italiano.

Questa cosa dei social è stata proprio un clickbait! Io scrollo tantissimo dalla mattina alla sera i social.  A volte non ascolto neanche le persone perché scrollo online, mi piacciono i social, ma non li so usare.

Il verso che più secondo me rappresenta questo disco e un po’ te lo dico anche ironicamente parlando è il verso di Leopardi in Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, una poesia che è tutta bellissima, tutto un rincorrersi anche musicale secondo me, e li c’è una frase bellissima che conclude un periodo più ampio “A me la vita è male” e secondo me rispecchia benissimo il mio disco perché li c’è un po’ di disagio adolescenziale.

- E a cosa era dovuto questo disagio?

Era dovuto alla paura di vari aspetti, una paura che adesso ho sviluppato però in modo diverso. Prima c’era la paura dell’ignoto, adesso c’è la paura del futuro che per me non è la stessa cosa, ero stata mollata, non me la vivevo benissimo, in generale la scuola, la famiglia, lo stress.

- Sei già a lavoro su nuovo materiale? Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo futuro, una Alice più folk come in Bahnhof o una ulteriore sperimentazione verso sonorità elettroniche più vicine all’Europa che all’Italia?

Diciamo che le cose che ho scritto dopo il disco sono molto più semplici dal punto di vista testuale, faccio sempre l’esempio di Montale non tanto dal punto di vista letterario, ma del colpo allo stomaco che ti dà nell’ultimo suo periodo degli anni settanta, tipo quando ha fatto Xenia o quando prendeva in giro D’Annunzio con Piove. Li spiegava le cose con una semplicità pazzesca, è una bomba questa cosa qua: perché devo dire una cosa con dieci parole quando potrei usarne due?  Penso di più al messaggio e meno alle seghe mentali che ci si fa quando si scrive.

Dal punto di vista musicale mi vorrei concentrare di più sui suoni che rimangono, l’elettronica è bellissima, però devi saperla usare, non puoi pensare di aggiungere dei suoni solo perché vanno in quel momento. È il concetto sbagliato che ti fa rimanere giù, io, invece vorrei pensare di più a campionare i suoni, meno suoni sintetici e più suoni organici e poi vorrei comprare un Moog.

- Il nadir è il punto diametralmente opposto allo zenit. Qual è il punto più alto della tua/vostra carriera e qual è quello più basso dove stavi/stavate per dire “ok mollo tutto”?

Guarda quello più basso mi sa che non è arrivato ancora. Forse all’inizio ovviamente è quello più basso, poi non importa tanto quante persone fai al concerto, secondo me è proprio un discorso di arricchimento personale come artista. Il punto più basso non lo puoi avere se impari cose continuamente quindi mi viene da dire che il punto più alto non esiste perché sei sempre li, ti evolvi ed impari cose nuove.

- Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica? 

Mio nonno ha una tastiera e fa karaoke, quando ero più piccola la usavamo molto spesso, andavamo a fare serate in parrocchia ed ho proprio questo ricordo di lui che canta e che mi fa cantare col microfono con un sacco di riverbero, non si capisce niente, tutto equalizzato male. Non so se sia un ricordo effettivo oppure sia il fatto che mia madre ha fatto varie riprese quando ero piccola con una Video8 e mi sono rimaste quelle di me a tre, quattro anni che cantavo canzoni tipo Carina (Nicola Arigliano ndr), bellissime quelle canzoni.

- Cosa ricordi del tuo primo concerto?

Ho avuto tanti primi concerti. Il primo concerto in assoluto che ho fatto è stato a otto anni insieme al mio papà, che ha un gruppo, al Buskers Festival a Ferrara e mi ricordo che quando c’ero io che suonavo, siccome ero una bambina, facevo tenerezza, tutti si fermavano, poi quando io non suonavo più perché non sapevo la canzone tutti andavano via. Questo è il primo ricordo di un concerto, poi ne ho avuti altri da più grande, però non sono paragonabili come momento bello.

- Qual è secondo te il miglior album uscito in questi primi sei mesi del 2017?

Di sicuro in Italia Malamocco di Halfalib, mentre per l’estero un disco che ancora non ho ascoltato, ma che son sicura mi piacerà è il nuovo disco dei Big Thief (Capacity ndr) loro son bravissimi e mi aspetto grandi cose.

- Qual è il modo migliore per affrontare un festival? Autostop e tenda o mezzo comodo e alloggio confortevole?

Autostop e tenda.

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