Belize – Intervista

Data: 1 marzo 2018 |

Belize – Intervista

Belize: una musica da cinepresa

Febbraio giunge al termine e quindi è arrivato il momento per dar spazio alla nostra rubrica dedicata agli artisti emergenti di cui sentiremo di certo parlare in futuro. La seconda scelta del 2018 è ricaduta sui Belize, band italiana di tutto rispetto che in breve tempo ha saputo dar vita a materiale interessante che ha tutti i presupposti per asciare il segno in futuro.

Abbiamo raggiunto a telefono Riccardo Montanari per porgli qualche domanda:

- Ciao Riccardo, per prima cosa vorrei chiederti un po’ di informazioni sulla band e sui vostri esordi.

Ciao, certamente! I Belize si formano nel 2013, io e Mattia Tavani, chitarrista dal vivo e uomo delle produzioni in studio, suonavamo in un’altra formazione che però, in quegli anni, stava per sciogliersi. Non eravamo la parte compositiva del progetto e quando abbiamo proposto un po’ di materiale da noi sperimentato che si muoveva tra il bit pop e il cantautorato italiano, abbiamo deciso di metterci in proprio. Le cose sono andate più che bene, eravamo convinti del prodotto e di come avevamo lavorato alla parte compositiva. Successivamente a noi si sono aggiunti Federico Scaglia, e Yed Giordano Viganò, per poter suonare dal vivo.

- Mi capita sempre più spesso, soprattutto in queste interviste, di sentire di progetti che nascono dalla fine di altri. Mi viene da chiederti: a volte, in certi casi, la musica può essere una gabbia?

Penso di sì. Credo che quando ci si ritrova a suonare insieme da piccoli si cerca di creare qualcosa di perfetto che però non si può raggiungere perché non si hanno le idee chiare. È qualcosa che viene col tempo e con la maturità. Bisogna avere le idee chiare sia interiormente sia per quanto riguarda il suono. In studio devi avere le idee chiare, non puoi improvvisare, almeno non sempre.

- La vostra esperienza musicale vi ha portato ad X-Factor, a cora vi è servita l’esperienza del talent show? 

Abbiamo partecipato ai provini, siamo andati lì con l’intento di divertirci, non volevamo entrare all’interno del programma, ma è stato divertente e abbiamo colto l’occasione per mostrarci. Tutto qui, volevamo divertirci, essere noi stessi, e in un certo modo chi ci conosceva ha avuto modo di approfondirci, infatti direi che è un’ottima vetrina.

- Ho notato che tra il primo disco, Spazioperso, per quanto strutturato bene e suonato con stile, e il l’ultimo EP, Replica, c’è una sostanziale differenza, come dicevi tu si sente una maggiore maturità. Cosa puoi dirmi al riguardo?

Sono stati due dischi lavorati e pensati in modo diverso. Il primo è stato scritto in tre anni, in un periodo in cui non pensavamo a fare un disco, ma solo canzoni singole. Ci siamo evoluti dal punto di vista musicale, siamo cresciuti anche noi stessi. Più si va avanti e più si ha una consapevolezza del suono che si vuole avere. Il primo disco per è stato come imparare a camminare mentre il secondo ci ha visto già decisi in ogni fase.

- Cosa vi ha portato il primo disco?

Di certo abbiamo iniziato a fare un tour e un po’ di date grazie al primo disco. Poi grazie a Spazioperso abbiamo avuto l’occasione di stringere un sodalizio con Giacomo Carlone, che ci cura in tutto e per tutto in fase di registrazione. Lo abbiamo conosciuto proprio ad un festival. Il primo disco ci ha aiutato a conoscere molte persone a stringere diversi contatti.

- Mentre il secondo disco? Cosa vi sta portando?

A livello personale mi è piaciuto tantissimo, mi piace ascoltarlo, molto più del primo. Le canzoni le sento davvero mie e ciò mi dà voglia di andare avanti. Lo abbiamo fatto senza compromessi, quindi per noi vale come un upgrade.

– Da un po’ è partito anche il tour di Replica…

Sì, è partito e aggiungeremo un po’ di date per la stagione estiva. È incredibile, ma uscire con un EP e riuscire a chiudere tante date dà soddisfazione.

- Vorrei sapere qualcosa in più sui Belize nella vita di tutti i giorni. Vi dedicate alla musica o fate anche altro?

Magari si potesse. Solo Mattia si dedica alla musica a 100%, studia al conservatorio e in futuro vuole fare il produttore. Io lavoro in un agenzia di organizzazione eventi, Federico lavora in una società di comunicazione e lavora come videomaker. Yed fa l’informatico.

- È possibile, secondo voi, in questo periodo storico vivere solo di musica?

È possibile, ma secondo me ci vuole una dedizione e un talento decisamente spiccato. Credo ci possa riuscire chi riesce a portare avanti un lavoro artistico sia per se stesso, sia per gli altri. Penso a tanti cantautori che realizzano testi e musica anche per altri musicisti.

- Avrei una domanda su Gilette, uno dei brani, oltre Pianosequenza, del disco che mi ha colpito maggiormente per la sua natura minimale. Il brano risulta “diverso”, fuori mood, rispetto al resto del disco, e anche l’aggiunta della voce femminile dà un tocco straniante. Come è nato?

Il brano è nato da una semplice registrazione al cellulare. Abbiamo pensato di lasciarla scarna, credo che questa traccia, suonata così dia una chiusa perfetta all’EP, come se dopo un lungo discorso fatto di frasi nascoste, criptiche, decidessimo di parlare di cose vere, senza troppe infrastrutture di suoni. Sembra nasca la volontà di dire al pubblico le cose come stanno, al naturale.L’intera traccia l’ho pensata io e gli altri del gruppo hanno deciso di lasciarla così.

- Di chi è la voce femminile?

Questo non posso dirlo.

- Mi hai detto che sei tu a realizzare testi e composizioni dei brani, almeno nella loro fase primordiale. Come nasce un brano dei Belize? La scrittura è istintiva o ragionata?

Un po’ entrambe le cose. A livello musicale inizio io delle produzioni o le inizia il chitarrista, Mattia. Solitamente mi metto al pianoforte e abbozzo qualcosa. Poi in generale l’ascolto in loop nelle cuffie e ci canto sopra, cercando le parole giuste, i ritmi, le dinamiche. Se mi piacciono delle frasi le segno. Se ho tre o quattro frasi che mi danno il senso della canzone allora a quel punto inizio a lavorare a tavolino.

- Vi vedete fuori dall’Italia? Credo che il vostro sound sia molto adatto ad uscire fuori dai confini nazionali.

Ho sempre pensato che la lingua italiana venga rivalutata all’estero e che ciò ci permetta di uscire fuori. Penso ai Phoenix che hanno iniziato a realizzare alcuni brani in italiano e che hanno dato l’opportunità a molti gruppi italiani di aprire i loro live:  Comacose, PopX, Giorgio Poi. Non so se riusciremo a suoanre all’estero, ma potrebbe essere, lo speriamo.

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