Beatrice Antolini – L’AB

Data: 16 febbraio 2018 |

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Beatrice Antolini  – L’AB

Ritorno in grande stile per Beatrice Antolini: il nuovo disco, L’AB pubblicato il 16 febbraio per La Tempesta Dischi. La polistrumentista marchigiana dà alle stampe un lavoro intriso di poetica e suoni graffianti, a quattro anni dal suo ultimo lavoro, l’EP Beatitudine. Testi cupi che poco lasciano al caso, o all’immaginazione, una costante critica nei confronti del presente che ci circonda, il tutto orchestrato in solitaria, perché la nostra suona tutto ciò che l’ascoltatore ascolta in cuffia: chitarra, basso, batterie, synth, piano.

Fil rouge del disco, tappeto elettronico alternato ad un piano quasi onnipresente, come nell’opener Insilence, titolo scritto volutamente attaccato, “perché il silenzio è una condizione, non una soluzione”, come spiega in prima persona. Forget To Be continua il trend e ci regala le prime distorsioni, e le prime sporcature, mentre la nostra canta di quando, pur di scappare a gambe levate dalle nostre paure, tendiamo a dimenticarci chi siamo, tema che si allaccia idealmente alla successiva Second Life, “realtà parallele, emozioni surrogate”. In Subba  la musicista torna a palesarsi per ciò che sa fare meglio: il brano, ipnotico e a tratti inquietante, è elettronica pura. Un estro che raggiunge il culmine in What You Want, il pezzo migliore dell’album: un avant pop quasi barocco che ricorda la prima Kate Bush (ascoltare Sat In Your Lap per credere), per poi aprirsi, a metà strada, verso una full immersion di piano, chitarre elettriche e sintetizzatori, virtuosismi che fanno di questo episodio il punto esatto in cui i live si infiammeranno. Anche soltanto questo brano vale l’intero ascolto, e pure il prossimo. Chiudono I’m Feeling Lonely e Beautiful Nothing: esercizi di stile al piano, classe pura.

L’AB, come le iniziali di Beatrice Antolini, all’inverso, per un disco che è tutto e il contrario di tutto. Ritmi alterni, alti e bassi, sperimentazione e suggestione, testi che parlano di apatia, silenzi, dimenticarsi di essere. Un viaggio che non si impone di trovare una destinazione, ma di muoversi e basta, anche se ci si ritrova con un pugno di mosche, a contemplare il bellissimo niente di cui, in fondo, non siamo mai abbastanza saturi.

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