ATARAXIA – WEB INTERVIEW

Data: 20 marzo 2017 |

Ataraxia – Web Interview

Ataraxia, un viaggio per lo spirito

Ad un anno di distanza dall’ultimo album Ena, i modenesi Ataraxia ritornano con un sorprendente, nuovo lavoro: Deep Blue Firmament, disco che può solo riconfermare la qualità di una band che, dopo una lunga carriera carriera alle spalle, riesce ancora a creare e sperimentare. Gli Ataraxia prendono per mano e conducono in un viaggio mistico per chi sa ascoltare e lasciarsi andare.

- Salve ragazzi! Innanzitutto complimenti per l’ultimo album, Deep Blue Firmament, le cui tracce segnano una tappa matura, consapevole, significativa del vostro viaggio artistico.

Come avete partorito questi pezzi e qual è stata la vostra maggiore fonte d’ispirazione?

Grazie delle tue parole. In tutta sincerità quando siamo entrati in studio non avevamo alcuna idea, nessuna melodia in mente, eravamo completamente vuoti, direi puliti, come canali pronti a ricevere i doni dell’ispirazione. Poi nell’arco di 9 mesi tutto è nato ed è stato arrangiato e registrato e l’ispirazione man mano è cresciuta in un gioco continuo di rimandi tra di noi: a volte è stata un vento impetuoso che trasformava tutto ciò che avevamo fatto fino a quel momento e ci spingeva  a sperimentare, altre volte era terra profonda che ci spingeva a guardarci dentro, ad accogliere anche le ombre che non siamo disposti ad ammettere neppure con noi stessi, altre volte l’ispirazione aveva la consistenza delle acque e la nostra sensibilità si acuiva.
L’album ora è intimo e maestoso. C’è una forza nobile che lo contraddistingue e crediamo sia quella che si acquisisce con la consapevolezza di aver attraversato mari oscuri sempre guidati dalle stelle. Quando tutto si fa buio possiamo perderci o acuire i nostri sensi ed avere fede in una guida interiore. Abbiamo avuto fiducia e i cuori si sono aperti, una sorta di magia che accade nelle cose dell’arte, possiamo chiamarla una rivelazione. Deep Blue Firmament è stato il nostro periplo di marinai di fronte al firmamento che si è rivelato essere la nostra mappa interiore su un mare di note. Alla fine tutto si è rivelato in una visione molto chiara.

- Dodici brani i cui suoni quasi galleggiano eterei. Quanto è importante fare delle vostre creazioni una sorta di poesia che fonde in sé il sacro e il profano abbinandola ad altre arti (come il teatro o la fotografia)?

L’animismo, il sentire, condividere lo spirito delle cose create in natura è la cosa che più ci accomuna. Sentiamo pace nei luoghi sacri, quelli dove tanti hanno pregato o nei luoghi in cui la natura regna ed una sorgente è un santuario. La spiritualità è un annullarsi per ritrovarsi, una lotta quotidiana per domare le proprie velleità fino a comprendere che siamo fatti di tutto, tutti i colori sono in noi e non dobbiamo negarli. La cosa più preziosa è la propria innocenza, una visione limpida sulle cose. Bisogna preservarla. Non tutti sono capaci di farlo vivendo fra gli orrori della vita, al centro di situazioni insopportabili e riuscendo a trasformare anche queste situazioni in attimi di vita importanti. A volte per farlo bisogna chiudersi in santuari. Ci sono spiriti contemplativi e altri attivi. L’azione può essere materiale, dare una mano; oppure eterea, come una preghiera o un mantra che inviano energie purificatrici o come una melodia che ci aiuta a ritrovare un nostro giardino segreto ed incontaminato in mezzo al dolore e ai compromessi. Le altre arti sono un corollario di colori, un rimando di ispirazioni che ci affascina, come dire la stessa cosa in tanti modi diversi oppure dire cose differenti usando un linguaggio che ci accomuna.

- Il gruppo si è esibito in numerosissimi concerti in tutto il mondo. Quali sono i vostri programmi per il nuovo anno e i progetti futuri?

In questi mesi ci siamo esibiti in Italia conDeep Blue Firmament. Una data davvero interessante che speriamo vada in porto, organizzata da noi e dal ristorante Mathildis il 3 Giugno al Castello di Carpineti (Reggio Emilia), combinerà la presentazione dell’intero album con un prologo di armonizzazione eseguito da gong e campane tibetane da alcune amiche che si occupano della cura attraverso il suono e le frequenze armoniche. Il posto è suggestivo, per informazioni potete consultare nelle prossime settimane il nostro sito e la nostra pagina facebook. Stiamo anche organizzando date in alcuni paesi europei per la prossima estate fino al 2018.

A livello discografico, entro un paio di mesi uscirà la nostra prima tape, Prophetia (1990), su CD in due edizioni di cui una limitata contenente foto inedite dell’epoca, ritratti esclusivi di fotografi internazionali, scritti e rarità. L’album conterrà i brani originali rimasterizzati e tre brani inediti dell’epoca ri-registrati ora. Inoltre sarà presente un secondo CD, una sorta di bootleg con registrazioni amatoriali dell’epoca (live e in sala prove) di brani inediti.

Per un nuovo album aspetteremo l’autunno 2018.

- I vostri album si basano su veri e propri concept, seguendo così una coerenza stilistica e musicale: allora i brani scorrono tranquilli senza incespicare in bruschi cambiamenti. È complicato mantenere questa linea o vi viene naturale?

In fase di composizione tutto è un naturale fluire, poi ovviamente si lavora molto in studio alla ricerca dei suoni, del ritmo, dell’immagine complessiva.

Evitare maschere e pedanteria, creare per il puro piacere di farlo sono le regole. Spontaneità. Non ci interessa essere filologi e ricostruire con esattezza epoche storiche e tradizioni antiche attraverso la musica, le parole o le immagini. Ci interessa il senso profondo del mito costantemente rinnovato poiché possa essere motivo di riflessione e possa irradiare qualche raggio di luce su queste superfici gelide e refrattarie di cui è fatto il nostro tempo. Ricerchiamo il senso del ‘meraviglioso’, del fantastico ed esprimiamo anche il lato oscuro della vita oltre a quello luminoso ed illuminato. Cantiamo una possibile (per quanto utopica) ritrovata vicinanza tra l’uomo e forze elementali. Ci si lascia ricoprire, impregnare da onde che si succedono e più si è “imbevuti” di musica più ci si dimentica di noi stessi e si vive. L’arte arriva dove vuole, quando vuole, è una forza indomita, libera.

- Il vostro è un genere “particolare”, ma a mio parere la particolarità è sempre un bene. Come sono stati i feedback ricevuti in questi anni? Com’è il vostro rapporto con le persone che vi ascoltano e vi seguono?

La nostra musica è fatta di tutti i luoghi che ci hanno ospitato e i volti che abbiamo conosciuto, America Latina, Europa, Asia… Le persone vengono ai concerti, ascoltano gli album e vivono l’esperienza in modo profondo e totale, la musica fa bene alla loro vita e di conseguenza è assai facile stabilire relazioni molto forti di scambio tra noi e chi ci ascolta. Questa esperienza comune è come un percorso alchemico.

Certa musica, certi incontri fanno si che non ci sentiamo soli in questo viaggio ma che possiamo trovare le chiavi per aprire le nostre porte. In tempi bui, se non si è stolti, si ha il dovere di accendere tante piccole o grandi luci ! Per questo siamo molto grati a chi ci ascolta e ci accoglie, è grazie a questa alchimia che il viaggio è possibile.

- Gli anni trascorrono e qualcosa muta. Dalla fondazione del gruppo ad oggi cosa pensate sia cambiato o migliorato in voi? Siete soddisfatti del vostro viaggio?

Certo, lo siamo. Come dice Alda Merini:

“La semplicità è mettersi nudi davanti a se stessi e agli altri. Chi sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima., quelli che hanno la carne a contatto col mondo perché li c’è verità, c’è dolcezza, li c’è sensibilità”.

La musica ci aiuta ad evolvere, migliorare, conoscere meglio i nostri limiti e di conseguenza varcare spazi di libertà espressiva e spirituale che altrimenti faticheremmo a conquistare. Siamo pellegrini e ci incamminiamo lungo le strade del mondo mai sazi del movimento delle cose. La natura, il paesaggio, i cambiamenti della luce, le visioni sono una sintesi di bellezza e significato. Questo movimento è l’essenza del ritmo. Questa danza ci fa dimenticare noi e la nostra patetica ricerca di grandezza e riconoscimento. Liberandosi di tanto in tanto da sé stessi si diventa parte del tutto, finalmente affrancati dalla paura. Non abbiamo mai avuto desiderio di programmare o scegliere il percorso di un album, sentivamo solo intimamente che qualcosa di diverso, da affrontare in assoluta libertà, stava arrivando. Sentivamo il bisogno di una sorta di caos benefico per poi riallineare le fila della nostra musica e della nostra vita, un temporale, un vento fortissimo capace di pulire dalle scorie  tutto quanto, lasciando solo quello che era essenziale. Non dovevamo seguire un tracciato ma lasciarsi ispirare da differenti scenari . La cosa bella del fare musica oggi, dopo tanti anni, è questa spinta al al vitale, al nucleo trasparente e vero delle cose. Non abbiamo bisogno di ricordare le nostre radici perché sono sempre con noi, ciò che veramente ci ispira è l’avventura, la possibilità di esplorare/ esplorarci.

- Grazie per averci dedicato un po’ del vostro tempo. Lasciamoci con una scelta complessa: se ognuno di voi dovesse scegliere il brano che più gli appartiene, quale sarebbe?

Grazie a voi, è stato un piacere.
Rispondiamo tutti alla stessa maniera: quello che verrà!

 

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