Arcade Fire – Everything Now

Data: 6 agosto 2017 |

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Arcade Fire – Everything Now

In uscita il 28 luglio per  la Columbia Records, Everything Now degli Arcade Fire (il primo dopo l’accordo con la major), arriva a quattro anni di distanza da Reflektor,  tra i produttori figurano Thomas Bangalter (Daft Punk), Steve Mackey (Pulp),  Geoff Barrow (Portishead) e Markus Dravs.

Il full lenght della band canadese è stato anticipato da quattro singoli, molto discussi soprattutto per la virata sonora proposta. L’autorevole Pitchfork, attraverso il critico Jeremy Larson  ha assegnato  a Everything Now un punteggio di 5,6 su 10, scrivendo che i testi e  le canzoni del nuovo disco sono “pallide e senza gioia” e che i temi del disco sarebbero “logori e banali, più o meno gli stessi di Ok Computer dei Radiohead, che però uscì 20 anni fa”. A dir poco tagliente la review di Gordon su Spin  “indistinguibili da qualche band di liceali strafatti alla prima prova”  e conclude: “Non abbiamo mai dovuto chiederci se gli Arcade Fire fossero seri o cinici, gentili o paternalisti. Il fatto che ora sia in dubbio la sincerità delle loro intenzioni è la vera delusione rappresentata da Everything Now: una band che è stata grande che ora si spinge volutamente fuori dal loro territorio, vagando per strade che gruppi più intelligenti potrebbero esplorare senza essere così stronzi. A cosa serve tutto questo se non al loro stesso appagamento?” 

Già nel 2013, con Reflektor (prodotto da James Murphy degli LCD Soundsystem) la band aveva provocato non poche perplessità nei fan della prima ora, quanto alla critica, e pare che a  poco sia valso il viral marketing di questi mesi – dall’invenzione di una multinazionale che si spacciava da referente per i social della band, e che si rifiutava di promuovere il disco, alla finta recensione sul sito Stereoyum (una parodia del sito di musica Stereogum) e gli annunci improbabili di  dress code per un loro LIVE a Brooklyn -.

Agli Arcade Fire la tiepida accoglienza non sconvolge del resto: “M’interessa solo il giudizio che le persone avranno tra venti o trent’anni - sostiene Win Butler in un’intervista a Internazionale Quello che dicono ora dei brani non è importante. Pensa ai Bee Gees e agli Abba: negli anni Settanta tutti pensavano che la loro musica facesse schifo e i critici preferivano esaltare gli Emerson, Lake & Palmer e altre band prog. Non sai mai come il tempo possa cambiare la percezione di un disco”.

La band che nel 2011 vinse ai Grammy Awards il riconoscimento come miglior album dell’anno e alla 31° edizione dei Brit Awards quello per il miglior Album internazionale sbaragliando concorrenza non da poco (Lady Gaga, Katy Perry ed Eminem) a questo giro non convince molti, ma non tutti sono di questo avviso e noi ci schieriamo con chi trova Everything Now un gran bel lavoro discografico, con un groove interessantissimo, disco-dub-rockesteady con un Will Butler parolaio decadante che incuriosisce (“Dio, rendimi famosa / E se non ci riesci, fai che sia indolore”, canta in“Creative Comfort”). Tredici tracce con un’ attitudine folk che niente hanno da invidiare ai migliori Wilco (Infinite Content).

Alla ricerca dell’equilibrio e dello speculare  Everything Now, la title track, in due differenti varianti, fa da introduzione e conclusione, interessante l’esperimento di Infinity Content divisa in due parti, la prima veloce, la seconda lenta (rispettivamente settima ed ottava traccia). Dagli Abba ai New Order, il passo è breve, con un po’ di The Clash  per gradire (Good God damn).

Chemistry e Peter Pan sono delle sorprese reggae che non stonano, ma arricchiscono un quadro colorato da dancefloor con una Régine Chassagne, diva incontrasta (Electric Blue, che è anche un gran bel video girato da Cousin Club sulle strade di una New Orleans nelle ore seguenti al suo coloratissimo Mardi Gras).

Everyting Now rappresenta una nuova estetica per la band canadese, che è sempre riuscita a vestirsi con sonorità versatili e dare vita ad un’avanguardia che fa da apripista, un album che in tal senso  costituisce un tassello dell’infinito mosaico di personalità degli Arcade Fire che fin dai tempi del bellissimo Funeral (del 2004, molto apprezzato fra gli altri da David Bowie) ha proposto dischi di livello, ricercati, mai approssimativi o lasciati al caso, handclaps (in questo ultimo caso) compresi (Signs of life).

Non tutte le produzioni di oggi possono vantare lo stesso pregio, senza mai dimenticare che è la dimensione dei live (da vedere sul tubo la loro esibizione al Coachella del 2014) quella in cui meglio si esprime la band, dove il violino Sarah Neufeld e il sassofono di  Stuart Bogie li rendono insostituibili nelle line up dei Festival più importanti del pianeta.

Dopo il post rock, gli Arcade Fire riscrivono le regole della post-disco, chi vuole di più è un ladro o una spia e non è figlio di Maria (quella dei Blondie, anche a loro debitore il sound del disco).

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