Andrea Poggio – Interview

Data: 13 dicembre 2017 |

Andrea Poggio – Interview

Andrea Poggio veste i suoi panni in  Controluce

Si chiama Controluce, l’album di esordio da solista di Andrea Poggio, prima cantante e frontman dei Green Like July, band già nota nella scena indie italiana.
Siamo alla Santeria Social Club.
Andrea si esibisce nei suoi “nove difficilissimi pezzi facili” come li definisce Piergiorgio Pardo, per poi raccontarci la loro storia in questa intervista.

- Controluce nella fotografia come nella pittura si riferisce all’effetto che si ottiene rappresentando un soggetto illuminato da dietro. Cioè vediamo solamente una sagoma e viene lasciato spazio all’immaginazione. Si può dire che avviene lo stesso nelle tue canzoni Andrea? Cosa ti ha ispirato per la creazione di questo album?

Durante la registrazione dell’ultimo disco dei Green Like July, mi sono reso conto che si era rotto qualcosa nel rapporto tra me e l’inglese. Non riuscivo ad accettare quell’inevitabile scarto di significato che si ha quando si canta in una lingua che non è la propria. Per quanto tu possa essere bravo a parlare l’inglese, c’è sempre una piccola parte del reale significato delle parole che utilizzi che si perde nel processo. Da qui al decidere di scrivere in italiano il passo è stato immediato nell’intenzione, ma nei fatti c’è voluto molto tempo. Mi sono preso qualche mese, anzi direi anni, per studiare seriamente la canzone italiana. Con questo progetto per la prima volta ho gettato la maschera e abbandonato l’Andrea Poggio che vive nelle città di madreperla e argento di cui parla Paolo Conte. Ho cercato di scrivere testi che rispecchiassero la mia persona, da qui è nato “Controluce”.

- Permettimi di dirti che questo messaggio, a chi ascolta il tuo album, arriva…

Grazie, quello che intendevo dire è che se mentre prima con i Green Like July scrivevo, senza particolari filtri, di tutto quello che mi capitava durante la giornata, ora, scrivendo in italiano, sono diventato più riservato, ho scelto di ponderare di più i testi, come se non tutto fosse degno di finire in una canzone. È forse venuto fuori il mio lato piemontese.

- Possiamo dire che questo progetto è andato di passo con la tua vita?
Inoltre, pensi che un prodotto come il tuo album, dalle sonorità raffinate e le scelte artistiche così attente, sia un prodotto che il pubblico italiano è pronto ad accogliere?

Secondo me sì. Stiamo vivendo un momento di grande attenzione per la musica cosiddetta indipendente, la quale, in verità, negli ultimi anni sta diventando sempre meno coraggiosa e sempre più radiofonica. Non ho nulla contro le radio, però penso che ci sia e che ci sarà sempre bisogno di controcultura, ovvero di un qualcosa che nasca dal basso, qualcosa che non è necessariamente di tendenza, o mainstream negli intenti. Per fortuna è sempre stato così. Sono sicuro che questo disco arriverà a chiunque abbia un minimo di pazienza di spingersi oltre la soglia dell’ordinario e del convenzionale.

- Quindi se ti chiedessi cosa pensi della scena indipendente italiana?

Ci sono cose che mi piacciono e altre meno, ma preferisco non fare nomi perché li conosco tutti e non vorrei deludere nessuno. Per parlare di dischi usciti recentemente, ad esempio, il disco di Colapesce è molto bello, poi c’è “DIE” di Iosonouncane che rispecchia alla perfezione quanto ci dicevamo prima.

- Tornando al tema della ricerca di un’identità attraverso la canzone italiana, quali sono stati i tuoi riferimenti?

Ho sempre ascoltato musica italiana, ma con un orecchio un po’ diverso: fino a una decina di anni fa le mie influenze erano prevalentemente americane ed inglesi. Ho a poco a poco scoperto i grandi classici, approcciandomi con un orecchio abituato a sonorità non italiane. Paolo Conte mi ha ispirato più di tutti, poi ci sono stati i Matia Bazar degli anni ’80, di “Tango” in particolare. E ancora Battiato e Piero Ciampi, la cui musica è stata davvero rivelatrice.

- Si dice che ogni dieci anni nel panorama musicale ci sia un ritorno, secondo te nell’immediato futuro cosa tornerà?

Con “Controluce” ho scelto suonare contemporaneo. In passato spendevo mesi ad interrogarmi su come fosse possibile fare suonare il rullante come in “Blonde on Blonde” di Bob Dylan o a far suonar la chitarra come in “Electric Warrior” dei T-Rex. Con “Controluce” il discorso è stato molto più libero, non mi sono messo vincoli, ho ascoltato tante cose che fino a quel momento non mi appartenevano, come ad esempio certo hip hop o la musica contemporanea. Ho cercato di creare un disco che suonasse simile a sé stesso. Spero di esserci riuscito, ma questo me lo devi dire tu.

- Quale consiglio ti sentiresti di dare ai giovani musicisti?

Bisogna crederci a tal punto che non deve esserci nient’altro in testa, bisogna liberarsi dalle distrazioni.
E lo dico io, che sto ancora imparando. Si deve lavorare tanto e con forte spirito autocritico.
Quando si inizia, molto spesso, si prende come spunto un artista o uno specifico suono. È una cosa normale e che non deve scoraggiare, ma si deve sempre cercare di seguire la propria strada, senza perdere di vista il proprio percorso, perché eventualmente, con gli anni e con molti sacrifici, si può arrivare a dire qualcosa di interessante.

- Intendi essere coerenti con se stessi…

Sicuramente, ma non in modo ottuso. Bisogna sempre essere pronti a rivedere le proprie posizioni e i propri ascolti. Per dire cose interessanti si deve mantenere una certa curiosità verso il nuovo, aprirsi a contaminazioni… e poi, per favore, non scrivere testi di merda.

- A proposito di testi, mi stai dicendo che senti di avere una certa responsabilità per quel che riguarda il contenuto dei tuoi testi e il messaggio che possono trasmettere?

In Italia, quando si parla della canzone con la “c” maiuscola si sente come un irrefrenabile istinto a cercarne il messaggio o il significato. Non sono convinto che i testi debbano avere un messaggio. Molto spesso il reale significato delle mie canzoni mi risulta chiaro soltanto in un secondo momento. Forse perché da sempre mi oppongo a questa esigenza di esegesi e non mi interessa un simile approccio alla canzone. Quando guardo una fotografia o quando leggo un libro sono altre le domande che mi pongo rispetto a quelle relative al reale significato dell’opera o addirittura al messaggio. Anzi, è proprio vero che mi piacciono quelle opere aperte a più interpretazioni e dove il significato è forse più nascosto o meno immediato.

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