Altre Di B – Web Interview

Data: 27 gennaio 2018 |

Altre Di B – Web Interview

Altre di B: tra Ottocento e biblioteche nasce Miranda!

La band della Bolognina composta da Alberto, Andrea, Giacomo e Giovanni, dal 2005 ad oggi ha suonato centinaia di concerti in tutta Europa, mostrando al pubblico una sonorità vivace ed energica. Dopo aver portato il secondo album Sport anche sui palchi dello Sziget Festival, al Primavera Sound hanno presentato il nuovo album Miranda!, uscito lo scorso 27 ottobre, dove lo spirito punk della band incontra groove down tempo. Li abbiamo intervistati.

- Altre di B. La lettera B potrebbe nascondere più significati. È l’iniziale di Bologna, la vostra città oppure sta ad indicare la forza che c’è dietro gli eterni secondi?

La lettera B si rifà alla serie B del campionato di calcio. Abbiamo deciso di richiamare la schedina del Totocalcio degli anni Ottanta e Novanta, nella quale figuravano partite di serie A, serie B e le altre di B, ovvero le partite fuori dalla schedina. Eravamo affascinati dall’idea di relegarci in una categoria minore, ma ormai non ci diamo più molto peso. Dopotutto è soltanto un nome.

- Il vostro ultimo progetto, Miranda!, è stato pubblicato lo scorso 27 ottobre. Quali sono stati gli eventi dal vostro secondo album, Sport, a ora? Le vostre premesse si sono evolute?

Siamo cresciuti sia anagraficamente, sia a livello di esperienze personali. Le nostre vite sono radicalmente mutate, ci siamo tutti laureati, siamo usciti di casa e abbiamo gli affitti da pagare e una sala prove in un garage di periferia nel quale dar sfogo alle nostre idee. Abbiamo anche – anzi, soprattutto- preso coscienza che stare in una band non è più un gioco come lo era qualche anno fa, ora ci sono direttive, aspettative, contratti, scadenze e aerei da prendere per suonare all’estero: potrebbe sembrare scontato, ma scegliere di fare questa cosa avendo un lavoro (che sia in un ufficio, redazione o studio medico) diventa una scelta di vita e non più un passatempo salariato. Tutto questo è sfociato in Miranda!, il nostro terzo disco, un albo di esperienza e consapevolezza, di viaggi e mappe. Le premesse sono quelle di sempre, suonare finché ci rende felici.

- Durante la creazione del vostro ultimo disco, cosa vi ha spinto verso l’essere più rock, un po’ più ruvidi, con sonorità quasi più mature, infittite? Come avete vissuto la vostra crescita?

Direi che è stato un processo naturale e non una cosa studiata a tavolino. Come ti anticipavo prima, le nostre esperienze, tragiche e felici, sono state la benzina per sviluppare un disco che nasce da lunghe jam session in sala prove. Siamo rientrati in studio, il Dudemusic di Correggio (con la produzione artistica di Stefano Riccò e, per un brano, di Michael Urbano degli Smash Mouth) con la ferma intenzione di non ripetere Sport. Mi spiego meglio: non volevamo che il nuovo lavoro suonasse patinato come il precedente, ma volevamo più genuinità e una direzione chiara, volevamo che si sentisse il sound di un’autorimessa di periferia, che si sentisse quello che era il nostro umore del tempo, una sorta di polaroid della nostra vita nel 2016. E così abbiamo registrato in presa diretta, senza depennare in fase di missaggio eventuali errori e sporcizia sonora.

- Il titolo dell’album, Miranda!, è tratto dal libro di Quirico Filopanti, colto personaggio dell’Ottocento. La curiosità, quindi, è moltissima: perché la scelta di omaggiarlo dedicandogli il titolo del disco?

Andrea aveva letto da qualche parte che un nostro concittadino era l’inventore dei fusi orari, la qual era perfetta per il nostro album: avevamo la possibilità di parlare al contempo di Bologna e del resto del mondo con un solo concetto. Un giorno Giacomo, che all’epoca lavorava nella redazione di un quotidiano come correttore di bozze, trova un articolo che parla di Filopanti e della ristrutturazione di una statua a lui dedicata. Tra le altre cose c’era scritto che l’opera nella quale era contenuta la prima teoria dei fusi si intitolava Miranda!, edita nel 1858 e conservata nella biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna. A quel punto i giochi erano fatti.

- Volendo scavare l’interno del disco: quali sono stati gli eventi da cui avete attinto ispirazione e da cui sono nate le tracce di questo disco?

Per lo più viaggi che abbiamo fatto insieme come band, o da soli. Ci sono i tour negli Stati Uniti d’America (Potwisha, LAX), le tappe e i mezzi per arrivarci (Heathrow, Taxi), gli atolli dell’Africa Occidentale che ospitano le tartarughe verdi marine (Poilão), i nostri vai-al-diavolo rivolti a chi giudica l’esistenza degli altri (Tapis roulant), la potenza della fotografia e la incalcolabile idiozia dei confini (Salgado); ma anche storie inventate di sana pianta (Erevan, Pungi, Bloemfontein).

- In che modo Bologna accoglie la vostra musica? Come la vedete voi dall’interno?

Bologna è casa nostra, la nostra città natale, la nostra scuola, università e posto di lavoro. Ci accoglie da sempre con grande affetto e le dobbiamo molto sotto tutti i punti di vista, quello artistico in primis. È una città estremamente vivibile e piena di vita culturale, ovunque vai, a qualsiasi ora, c’è sempre qualcosa da fare, da vedere, da mangiare. Inoltre è la città che ospita da sempre la crème della musica mondiale e da questo punto di vista le siamo grati, perché abbiamo potuto attingere il meglio dai migliori.

- Cosa è cambiato nella scena musicale italiana negli ultimi dieci anni?

In Italia c’è stato un progressivo avvicinarsi al cantautorato italiano, una riscoperta di quelle sonorità. Purtroppo però a livello di industria musicale c’è stato anche un clamoroso fraintendimento su ciò che è musica indipendente e ciò che è il mondo mainstream: termini che oggi hanno assunto un’accezione pericolosamente differente, o semplicemente sbagliata, essendo il mainstream sfociato nell’indie e viceversa. Non è un giudizio di valore, ma una considerazione semantica. Le conseguenze possono essere devastanti per molti artisti.

- Ci sono degli artisti che hanno influenzato principalmente la vostra musica?

Certamente. Arcade Fire, Arctic Monkeys, Tokyo Police Club, Gorillaz, De La Soul, Vulfpeck, Why?, Cloud Nothings, Forty Winks e Baseball Gregg.

- Avete girato in lungo e in largo macinando chilometri per suonare in tour, tra concerti e festival. Quanto ha influito tutta questa esperienza live sul vostro sviluppo personale?

Se a trent’anni siamo le persone che siamo, nel bene e nel male, è grazie alla musica. Stare in giro a lungo ti porta a cambiare abitudini, temperamento, umore, alimentazione. Ma soprattutto a perdere qualsiasi forma di introversione e timidezza. Si impara ad amare maggiormente la propria città, la propria famiglia e il letto di casa.

- Qual è la principale differenza tra il calcare un palco italiano rispetto ad un palco estero?

In tutta onestà nessuna, le dinamiche dal vivo sono pressoché le stesse. Cambia il contorno, che è diametralmente opposto fra Italia ed estero. Generalmente oltre i nostri confini c’è voglia di conoscere ciò che è nuovo e si dà sempre una chance all’artista straniero, specie se non lo si conosce. Se fai breccia passi una grande serata.

- In chiusura, vorremmo che ogni membro della band ci parlasse del disco che gli ha cambiato la vita e perché.

Alberto: An awesome wave, Alt-J: ci abbiamo suonato assieme nel 2012 ed è stata un’esperienza magica. Non credevo alle mie orecchie.

Andrea: OK Computer, Radiohead: l’ho riscoperto da poco e custodisce autentiche meraviglie.

Giacomo: The Suburbs, Arcade Fire: è il disco che contiene Suburban War, che è la canzone perfetta. Ha segnato un bivio nella mia vita e mi ha fatto vedere la scrittura musicale e la performance in maniera differente.

Giovanni: Gorillaz, Gorillaz: qualsiasi cosa faccia Damon Albarn diventa oro.

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